VIMERCATE E SEREGNO capitali del RAP made in Italy

Pubblicato: marzo 30, 2011 in Eventi a Monza e in Brianza

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OLYO BOLLENTE  continua a scorrere per le vie della Brianza! Questa settimana ferma la sua corsa per ben due tappe: la prima per venerdì 1 Aprile @Arci Acropolis con TRIO TED che riempirà il palco con il suo funky, soul, blues; troverà il pubblico caldo grazie a NDP CREW, NEIDE e WAKING CLASS.

Nel caso non ne abbiate ancora avuto ababstanza, il 2 Aprile al Arci Tambourine di Seregno OLYO BOLLENTE collabora con BLOCK PARTY per portarvi sul palco UOCHI TOKI (special guest della serata), SCARTY DOC, NEIDE ed EMIGRATES KLAN.

Per l’occasione abbiamo incontrato NEIDE, ospite comune ad entrambe le serate.  Vi proponiamo qui di seguito una sintesi della nostra chiacchierata, per far sì che anche il pubblico che non si è ancora avvicinato a questo genere musicale, possa farne la prima conoscenza da un’angolazione meno unilaterale rispetto a come spesso ci viene proposto dai media nazionali.

Chiariamo innanzitutto che il rap non è solo Fabry Fibra, Club Dogo & Company. O meglio, il rap non è solo il veicolo per una critica sociale che spesso però, viene neutralizzata da un’ estetica, da un habitus che ne annienta le potenzialità di sana corrosione. Il rap sa fare, e vuole fare di più;  non è insomma semplicistico e “ignorante” come spesso si vuol far credere per abbassarlo ad una moda e quindi, renderlo innocuo.

Chi ama il rap, al contrario, sa di avere fra le mani un frutto raro, un genere musicale che, forse più di tutti, può stare al passo con i tempi, vista la possibilità di accostare una base con bit trascinanti a testi potenti.

A questo proposito: la riscoperta del contenuto testuale nella canzone italiana, diciamolo, non è cosa da poco; soprattutto al giorno d’oggi, dove la parola d’ordine per le industrie discografiche e radiofoniche è “l’orecchiabilità” del pezzo che, ormai spesso, si riduce ad un ritornello ripetuto tante volte da perdere qualsiasi riferimento significante.

I nostri ragazzi quindi, si pongono un obbiettivo più difficile di quanto possa sembrare al primo sguardo: in primis perché l’ombra dei grandi cantautori italiani (i primi a far del testo un’arma affilata) è sempre lì, col fiato sul collo, con la sua incommensurabile poesia. Questo però, sarebbe un accostamento improprio: innanzitutto perché il rap, da buon figlio dei propri tempi, vuole sfruttare appieno i mezzi a sua disposizione, perciò, anche la base elettronica, deve avere la possibilità di esprimere tutta la sua potenza. E per potenza, badate bene, non intendiamo qui un fracasso inorganico che faccia da sfondo giusto per coinvolgere il pubblico; Neide infatti, sottolinea come anche la base elettronica sia un figlia, e legittima, dello spartito ed in quanto tale, frutto di ricerche musicali.

Secondo: il rap non si canta, si parla. Anche se, ad onor del vero, si tratta più propiamente di usare la voce in modo semimelodico, questo spostamento non è cosa da poco, soprattutto per chi ,ogni giorno, si confronta con un foglio bianco da riempire. Scrivere “prosa ma in rima” parlata, su un bit elettronico… sembrerebbe impossibile cavarne fuori un ragno da un buco! Cosa ne viene fuori se non uno straccio di assonanze con poca coerenza?! Su questo punto Neide pare esser molto deciso: dopo aver attraversato  la scrittura dalla poesia alla prosa, ha convenuto che l’ espressione migliore per legare testo e musica fosse tra i binari sincopati creati da una base. Non si nasce rapper, ma lo si diventa, perché si tratta di una scelta frutto di una propria ricerca stilistica, una meta possibile per il percorso di ognuno di noi verso ciò che si ritiene la nostra migliore forma di espressione. Una rincorsa alla parola non solo giusta, non solo “che ci sta bene”, ma che si possa legare ritmicamente a quella “parlata prima”.

Un rap insomma, non vissuto come pantaloni larghi, cappellini e pose da bad boys, ma come un ben più ambizioso viaggio nella semantica della nostra bella lingua.

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